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Pubblicato su: Energy Views
, 2009

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L’impegno nel decommissioning

intervista a Ivo Tripputi (AIN), novembre 2009

Una delle obiezioni al rientro dell'Italia nel nucleare riguarda la capacità di gestire tutto il complesso ciclo della tecnologia. Ovvero: non può pensare a nuove centrali un Paese che in 20 anni non è ancora riuscito a smantellare quelle vecchie esistenti. Ma è una obiezione realistica? L'opinione di Ivo Tripputi dell'AIN

L’impegno nel decommissioning

Quella nucleare è una fonte di energia certamente complessa. Non solo da un punto di vista tecnologico, per la fabbricazione del combustibile e l'esercizio degli impianti, ma anche per i vincoli sociali che impone. Relativi alla sicurezza di popolazione e ambiente, alla gestione dei rifiuti, ai rischi di proliferazione nucleare ed ad altro ancora. Tutte cose che richiedono complesse strutture di cui è necessario garantire l'efficienza.
Impegnarsi nella produzione elettronucleare non è dunque solo una questione economica e tecnologica, ma un vincolo di impegno sociale e politico.
Una delle obiezioni che viene opposta al rientro dell'Italia nell'industria elettronucleare riguarda proprio questo impegno.
Una società campanilistica e tendenzialmente conflittuale come quella italiana - si afferma - non è in grado di gestire con la necessaria unità d'intenti il complesso ciclo del nucleare. Tanto è vero che dopo oltre vent'anni dalla decisione di uscire dal nucleare, e quasi 15 anni da quella di procedere al decomissiong delle quattro centrali che sono state in servizio nel nostro Paese, ancora non si è riusciti a smantellarne nemmeno una.


È davvero così? Davvero non siamo stati in grado di gestire in modo adeguato il decommissiong nucleare nel nostro Paese?

Lo abbiamo chiesto all'ing. Ivo Tripputi, membro del Consiglio scientifico dell'Associazione Italiana Nucleare (AIN) ed esperto di decommissioning a livello internazionale.
«No - afferma Tripputi -  la situazione non è questa.
Innanzi tutto va detto che il decommissioning è una tecnologia scientificamente matura, la cui fattibilità è stata dimostrata con diverse centrali già smantellate o in fase avanzata di smantellamento in diversi Paesi. Non c'è quindi un problema di conoscenza, di sapere quello che occorre fare. Il 10% degli impianti nucleari chiusi sono stati smantellati nel mondo e tra questi 8 centrali nucleari di potenza superiore a 100 MWe (fonte OCSE).
In realtà le decisioni prese sui tempi e sui programmi da attuare in Italia, per lo smantellamento delle centrali nucleari e delle altre installazioni del ciclo del combustibile, tengono conto di una serie di fattori e di peculiarità specifiche che sono state riconosciute come rilevanti anche a livello internazionale.
Il primo fattore riguarda la disponibilità interna di risorse professionali e la necessità di utilizzarle nel modo migliore, ad esempio con programmi che tengano conto dell'età media e delle competenze esistenti, ma anche dell'esigenza di ottimizzare il loro impiego nel tempo, tenendo in conto anche l'esistenza di 8 siti in cui in Italia sono in corso programmi di decommissioning.
Il secondo fattore è legato alla disponibilità dei fondi necessari. Di regola tali fondi vengono accantonati nel periodo di vita delle centrali, cosa che in Italia - data la loro prematura chiusura - non è stato possibile fare compiutamente. Per far fronte al problema è stato deciso uno specifico prelievo a carico delle bollette elettriche, che però richiede tempo per rendere disponibili tutti i fondi necessari. Occorre aggiungere, tuttavia, che se le aree dei siti diventassero di particolare valore industriale o sociale, questo fattore potrebbe avere un impatto minore.
Il terzo fattore è la disponibilità di un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. È evidente che, in attesa che venga identificato tale sito nazionale, i rifiuti nucleari devono essere accumulati sugli stessi siti, cosa che rallenta il programma di decommissioning.
E infine c'è l'ovvio fattore del rispetto delle normative esistenti e delle procedure autorizzative, che in Italia sono particolarmente complesse e interlacciate, creando ulteriori ritardi.
In questo quadro il programma italiano di decommissioning è stato dimensionato in modo da ottimizzare tutti i fattori ed anche in modo da creare una curva di apprendimento che consenta di accrescere il nostro know how su aspetti specifici e di trasferirlo da un sito all'altro. È il caso di citare che all'estero vi sono esempi di smantellamento in tempi più brevi, ma non inferiori a 15 anni circa (fonte OCSE) dall'ultima fermata dell'impianto, ma anche molti più lunghi, oltre 100 anni, come in Inghilterra, in relazione alle condizioni specifiche del Paese».


In altre parole sta dicendo che quelli che sembrano ritardi o lungaggini altro non sono, in realtà, che una studiata scansione temporale delle attività, in modo da ottimizzarle da un punto di vista sia tecnologico, sia economico. Nessun problema di competenza tecnologica o di capacità gestionale?

«Assolutamente no. La nostra competenza è riconosciuta in tutti i numerosi Gruppi di studio internazionali sul decommissioning cui partecipiamo ed è del tutto confrontabile con quella dei Paesi più avanzati. Io personalmente, ad esempio, sono stato nominato Chairman del Gruppo dell'OCSE sul decommissioning». Comunque, negli ultimi tempi si sta cercando di migliorare ulteriormente l'efficienza dei processi e di ridurre tempi e costi rispetto ai programmi precedenti».


Mi tolga una curiosità. Se l'Italia tornasse al nucleare, finito lo smantellamento delle vecchie centrali di decommissiong si dovrà riparlare tra 50 anni. Le competenze acquisite nella fase attuale, potranno avere qualche ruolo in questo lungo periodo?

«Con l'uscita dal nucleare, numerosi tecnici che avevano elevate competenze nella progettazione e nell'esercizio delle centrali si sono riconvertiti alle nuove esigenze del decommissioning. Cosa che hanno fatto senza particolari difficoltà, consentendoci di avviare qualificati progetti di smantellamento.
Parimenti non solo è possibile il percorso inverso, ma l'esperienza del decommissioning è senz'altro preziosa per la progettazione e l'esercizio delle nuove centrali. Perché molte delle cose che favoriscono il decommissioning favoriscono anche una migliore manutenzione durante l'esercizio degli impianti, rendendo poi più semplice - e quindi meno costoso - il decommissioning successivo. Il che consente di ridurre la quota "smantellamento finale" da accantonare ogni anno e quindi, in pratica, si traduce in un minor costo del kWh prodotto».


A proposito di costi: si sente spesso dire che i costi del nucleare siono superiori a quanto affermano le industrie, proprio perché non si tiene conto dei costi di smantellamento finale. Conferma che non è cosi? Che nel costo del kWh nucleare è già compreso quello del decommissioning dell'impianto?

«É quello che avviene per legge in ogni Paese e, vorrei aggiungere, è anche una questione etica. Tra l'altro la stessa Unione Europea richiede che tutte le società che eserciscono centrali nucleari accantonino annualmente, durante la vita dell'impianto, i fondi per lo smantellamento finale, avendone calcolato in maniera analitica i costi anche sulla base delle esperienze esistenti. È il caso di aggiungere che, comunque, il costo del decommissioning non incide per più del 2% circa sul costo del kWh.
Ma in Italia anche in passato - pur non essendo previsto per legge - l'Enel si era posta il problema e aveva cominciato ad accumulare questi fondi. Però è chiaro che l'accumulo viene tarato sulla vita dell'impianto. Ad esempio, la centrale di Caorso era stata progettata per funzionare 40 anni e l'accumulo dei fondi per il decommissioning finale era stato programmato per i primi 20-25 anni di vita. Peccato che poi la centrale abbia funzionato solo 5 anni!».

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