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Pubblicato su: Energy Views
, 2009

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È vero che l’uranio sta per finire?

Intervista al prof. Benedetto De Vivo (Università Federico II, Napoli), novembre 2009

Le reali risorse di uranio e la loro disponibilità in relazione alle crescenti esigenze dell'industria elettronucleare illustrate dal prof. Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica ambientale all'Università Federico II di Napoli

È vero che l’uranio sta per finire?

Uno dei motivi spesso citati come decisivi, contro l'opportunità di sfruttare l'energia elettronucleare, è quello della scarsità di uranio. Che senso ha - si argomenta - mettersi a costruire nuove centrali nucleari che vengono alimentate con uranio quando è a tutti noto che questo sta per finire?Il bello è che, trattandosi di una argomentazione decisamente tecnica, viene di regola portata avanti da opinionisti che sono o si ritengono esperti. Come Jeremy Rifkin, il quale afferma senza tema di smentita che «nel 2025 le scorte di uranio si esauriranno», o come il noto geologo televisivo Mario Tozzi, secondo il quale l'uranio «si esaurirà in meno di mezzo secolo» e anzi in molto meno tempo se «come è intuibile, se ne aumenterà l'utilizzo».

Abbiamo chiesto chiarimenti a Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica all'Università Federico II di Napoli e professore aggiunto al Virginia Polytechnic Institute & State University della Virginia (USA).

Allora, prof. De Vivo, qual è la situazione delle risorse di uranio in relazione alle esigenze dell'industria elettronucleare?

«Comincerei con il citare le risorse  accertate. Cioè quelle già individuate ed estraibili a costi non superiori a 130 dollari/kg, che è il livello di prezzo che oggi viene convenzionalmente considerato accettabile.
La pubblicazione di riferimento in tal senso è l' Uranium Resources, Production and Demand, nota come Red Book, che viene pubblicata ogni due anni in collaborazione da IAEA e NEA, le agenzie per l'energia nucleare rispettivamente dell'ONU e dell'OCSE.
Secondo l'ultima edizione, riferita all'anno 2007, attualmente le risorse accertate di uranio ammontano a circa 5,5 milioni di tonnellate. Quanto basta a soddisfare per circa 100 anni i consumi delle 436 centrali elettronucleari attualmente in servizio nel mondo.
A queste riserve accertate il Red Book stima che si possano aggiungere altre 10,5 milioni di tonnellate che non sono state ancora scoperte, ma che sono ritenute probabili - sempre a 130 dollari/kg - sulla base delle conoscenze geologiche che sono state acquisite nel corso di studi finalizzati ad attività diverse dalla ricerca dell'uranio.
Si tratta insomma di risorse sufficienti per molti decenni, anche considerando che l'attuale produzione di uranio naturale copre circa il 60% della domanda per il combustibile nucleare, derivando il restante  40% da risorse cosiddette secondarie, che invece sono in rapida diminuzione.
Direi quindi che non si pone il problema della disponibilità di uranio, anche se occorre fare attenzione a possibili carenze di produzione».


Può spiegare meglio?

«La fine della guerra fredda e le politiche di non-proliferazione nucleare hanno portato nell'ultimo ventennio allo smantellamento di oltre 12.000 testate nucleari, cosa che ha reso disponibile per la preparazione del combustibile nucleare, a prezzi molto bassi, una notevole quantità di materiale fissile di origine militare. Inoltre è gradualmente aumentato l'impiego di combustibile a ossidi misti, realizzato, utilizzando oltre all'uranio naturale anche parte del plutonio recuperato dal ritrattamento del combustibile esaurito.
Sono queste due - materiali fissili militari e provenienti dal ritrattamento - le risorse secondarie cui accennavo e che sono in rapido declino, soprattutto perché le testate nucleari da smantellare non sono infinite. Ma attualmente coprono circa il 40% della domanda per il combustibile dei reattori, e quindi occorre che la produzione di uranio naturale aumenti velocemente, nei prossimi anni, se non si vuole rischiare un crescente divario tra capacità produttiva - che dipende dalle opportunità di mercato e dai relativi investimenti - e domanda, che invece è sicuramente in rapida crescita».


Ci sono particolari problemi che possono ostacolare la messa in produzione di nuove risorse?

«Come tutte le materie prime, anche l'uranio risponde alle leggi di mercato. Se aumenta la domanda aumentano i prezzi del minerale disponibile, il che fa scattare immediatamente sia nuove ricerche, sia lo sfruttamento di risorse note che prima venivano trascurate perché non sfruttabili a prezzi ritenuti non remunerativi. Nel 2006-2007, ad esempio, il prezzo dell'uranio ha conosciuto un improvviso e forte aumento, poi gradualmente rientrato, ma è stato sufficiente perché l'industria reagisse con nuovi importanti investimenti di ricerca che porteranno molto probabilmente alla scoperta di nuove risorse utilizzabili.
La produzione mondiale di uranio nel 2006 è stata di circa 40.000 tonnellate, con la quale, come ho accennato, è stato coperto il 60% dei consumi dei 436 reattori esistenti: complessivamente i consumi sono stati di circa 66.500 tonnellate di uranio equivalente.
Secondo l'IAEA/NEA la potenza elettronucleare nel mondo crescerà nei prossimi 20 anni di una percentuale che può variare dal +38% al +80% rispetto ai 372.000 MW attualmente installati. Il che vuol dire che, per alimentare questa forte espansione, la produzione di uranio nel 2030 dovrà essere compresa tra 94.000 e 122.000 tonnellate l'anno. Le riserve note sono senz'altro adeguate a far fronte a questa maggiore domanda, ma indubbiamente non è che raddoppiare o triplicare l'attuale produzione mondiale è cosa che possa essere fatta dall'oggi al domani.
D'altra parte, però, lo scenario che ho descritto fa riferimento alla tipologia di reattori nucleari oggi in uso, mentre è molto probabile che tra vent'anni la situazione sarà molto diversa».

Mi consenta un attimo di concludere io discorso sulle riserve di minerale, anche in relazione alle possibilità di investimento dell'industria. Perché se attualmente va bene un minerale recuperato ad un costo di 130 $/KG, in uno scenario di prezzi dell'energia in aumento - che viene dato per scontato da tutti gli analisti -  l'industria può considerare allettanti anche risorse di uranio recuperabili a 180-200 dollari/kg. A quanto ammontano risorse di questo tipo?

«Le stime delle risorse potenziali di uranio recuperabili intorno ai 200 dollari/kg parlano di circa 35 milioni di tonnellate. Ma probabilmente è una stima minima, poiché è un dato di fatto che la risorsa è stata finora abbondante, anche grazie all'entrata in gioco delle risorse secondarie di cui ho detto. Per cui la ricerca si è molto allentata. Nel momento in cui i prezzi dovessero salire e riprendesse la ricerca in grande stile è più che probabile che si reperiscano nuove risorse anche a prezzi competitivi, oppure che si trovi conveniente mettere in produzione risorse con tenori di minerale oggi considerate non interessanti perché non remunerative».


Al limite potrebbe entrare nel gioco anche l'uranio contenuto in soluzione nell'acqua di mare, valutato in qualcosa come 4-5 miliardi di tonnellate? Un impianto pilota di produzione dell'uranio dal mare è già stato sperimentato positivamente in Giappone e anche l'India ha recentemente annunciato la costruzione di un impianto pilota presso ilBhabha Atomic Research Centre.

«Si, teoricamente si potrebbe considerare anche l'estrazione dell'uranio da mare. Ma francamente mi sembra davvero prematuro entrare in speculazioni di questo tipo. Sia perché le risorse convenzionali sono ancora abbondanti, sia perché, come stavo accennando, l'evoluzione dell'industria elettronucleare sta prospettando scenari che modificano radicalmente tutto il discorso.
L'attuale tipologia di reattori, infatti, utilizza come combustibile l'uranio-235, che rappresenta meno dell'1% dell'uranio naturale. L'uranio che viene utilizzato oggi, per essere più chiari, quello prodotto a meno di 130 $/kg è uranio-235.
Ma tra 20 anni si prevede di utilizzare i cosiddetti reattori di IV generazione, per i quali sarà possibile utilizzare l'uranio-238, che rappresenta circa il 99% dell'uranio naturale. È evidente che solo questo fatto moltiplicherà enormemente le risorse di uranio disponibili.
E poi non c'è solo l'uranio. Sono ad esempio già in corso di sviluppo reattori di nuova concezione che come combustibile utilizzano prevalentemente il torio, un minerale che è di gran lunga più diffuso dell'uranio e anche a concentrazioni più elevate, e quindi estraibile a costi minori. Passando ad una generazione elettronucleare basata sul torio le risorse di combustibile non dico che sarebbero infinite, ma ... insomma, cominciamo a parlare di decine di secoli».

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