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Nucleare? Pulito e conveniente

Marco Enrico Ricotti

Quale contributo può offrire l’energia nucleare alla costruzione di un’economia basata su basse emissioni di CO2? Risponde il prof. Marco Ricotti, docente di Impianti Nucleari al Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano

Nucleare? Pulito e conveniente

«In generale – precisa subito Ricotti – l’energia nucleare ha un contributo quasi nullo alle emissioni di gas serra, più o meno allo stesso modo di alcune fonti rinnovabili come l’eolico, e meno del fotovoltaico. Assumendo dunque come realistico il fenomeno del riscaldamento globale, il nucleare va senz’altro inserito tra le fonti a minore impatto ambientale. Ma, a parte ciò, vi sono anche altre ragioni che rendono conveniente l’opzione nucleare nello scenario di un’economia a basse emissioni».

Quali esattamente?

«Un aspetto importante riguarda il problema dell’inquinamento atmosferico locale, soprattutto urbano. In questo caso il punto dolente sono i trasporti. Ricordiamoci che lo sfruttamento dell’energia nucleare è finalizzato essenzialmente alla produzione di elettricità, e dunque una sua maggiore penetrazione potrebbe dare una spinta anche alla diffusione dei veicoli elettrici: tram, filobus, treni e autovetture elettriche. Avremmo, in sostanza, una produzione di energia elettrica in grande quantità per utilizzi non solo industriali e civili, ma anche per i trasporti.
Inoltre, per una visione più spostata al futuro, con i reattori di nuova generazione si potrà espandere ulteriormente il contributo del nucleare al settore dei trasporti. Si tratta infatti di reattori – specie quelli ad alta temperatura – che si prestano bene ad essere utilizzati per la produzione di idrogeno, cioè un altro vettore di energia utilizzabile come combustibile per i trasporti senza produrre inquinamento nella fase finale di utilizzo».

Ha detto che l’energia nucleare comporta emissioni quasi comparabili a quelle delle rinnovabili. Perché allora ritiene che il nucleare sia necessario? Non si potrebbe puntare solo su fonti rinnovabili come l’eolico e il solare?

«È un problema di intensità energetica. Per far funzionare un grande parco di autovetture elettriche o per le esigenze industriali occorre disporre di energia in grande quantità, ma anche concentrata e sempre disponibile. Cosa che le rinnovabili non possono garantire, per l’intrinseca aleatorietà del vento, nel caso dell’eolico, e per l’instabilità dell’insolazione nel caso del fotovoltaico. Inoltre vanno considerate le enormi superfici che queste fonti rinnovabili richiedono per installare la stessa quantità di energia che può produrre una centrale nucleare. Naturalmente, non sto dicendo che eolico e fotovoltaico non si debbano fare. Dico solo che il nucleare presenta vantaggi che le rinnovabili non hanno in termini di stabilità di produzione e di impegno del suolo».

Però il problema va considerato anche sotto il profilo dell’accettabilità sociale…

«Mi sembra che sotto quest’aspetto ci siano analogie tanto per il nucleare quanto per le rinnovabili. Oggi, oltre a quelli “denuclearizzati”, iniziano a vedersi anche comuni “de-eolizzati”... Il problema dell’accettabilità sociale vale in realtà per tutte le fonti energetiche ed è un problema di tipo culturale».

Non vede, dunque, contrapposizione tra nucleare e rinnovabili?

«Certamente no. Nel nucleare, ripeto, si possono facilmente individuare maggiori vantaggi, soprattutto per quanto riguarda la certezza dell’approvvigionamento. Ma in un mix energetico complessivo ci devono stare tutte le fonti, ciascuna con i suoi pregi e difetti. Ad esempio, per quanto riguarda il settore civile, il solare va certamente sostenuto – sia termico sia fotovoltaico e specialmente nelle nuove costruzioni - per ridurre il fabbisogno energetico degli edifici. Ritengo sia giusto, in generale, sfruttare dove è possibile le fonti rinnovabili e valorizzarne al massimo le caratteristiche, ma occorre farlo sapendo che queste fonti non sono in grado di fornire energia in modo stabile, e che quindi occorrono soluzioni di back up».

Se le valutazioni tecniche sono determinanti, le valutazioni economiche non sono però secondarie. Che dire, da questo punto di vista, del nucleare?

«In questo caso parlano le cifre. E recentemente l’International Energy Agency le ha aggiornate. Se si analizzano i costi e la loro composizione si vede chiaramente che il nucleare è assolutamente competitivo non dico con le nuove fonti rinnovabili, ma anche con le fonti fossili. Quanto meno ora e nel prevedibile futuro, con costi dei combustibili fossili che molto probabilmente tenderanno a rimanere alti.
Rispetto alle fonti fossili va detto che il nucleare ha una logica “rovesciata”. Infatti, mentre carbone, petrolio e gas hanno un basso costo di investimento iniziale ma, poi, un alto costo del combustibile, il nucleare è l’opposto: alti costi di investimento e bassissimo costo del combustibile. E capirà che si tratta di un fattore importante, perché una centrale – di qualsiasi tipo – non deve funzionare qualche anno, ma decenni, anche oltre 60 anni nel caso del nucleare.
Questo vuol dire che quando il costo del denaro non è troppo elevato e i costi dei combustibili fossili vanno oltre una certa soglia, il nucleare è vantaggioso. Fino a qualche anno fa questo vantaggio non si è manifestato pienamente perché i costi dei combustibili fossili erano bassi mentre il costo del denaro, per via dell’inflazione e per altre ragioni, era elevato. Da qualche anno a questa parte, però, questa condizione si è ribaltata e ciò spiega perché molti Paesi hanno ripreso ad investire per la realizzazione di nuove centrali nucleari. Un fenomeno che non riguarda solo le economie più avanzate, ma anche i Paesi con le economie emergenti o in via di sviluppo».

Ha insistito sui combustibili fossili. Il confronto dei costi con le rinnovabili è davvero improponibile?

«Certamente, almeno per diversi anni. Né il nucleare, né le fonti fossili presentano oggi costi comparabili con le rinnovabili. Queste ultime stanno in piedi solo se incentivate. E ciò vale ovunque, anche in quei Paesi che vi fanno più ricorso, come la Germania».

Ma questa accusa viene rivolta anche al nucleare!

«Non è proprio così. In Italia, ad esempio, gli investimenti sono legati alla libera iniziativa dei privati. E così avviene anche negli USA e altrove».

Intende dire che mentre le rinnovabili sono incentivate, cioè pagate dal contribuente, nel caso del nucleare non si tratterebbe di incentivi, ma al massimo di garantire gli investimento dei privati?

«Esattamente, ed è molto diverso. Gli incentivi che in Italia paghiamo per le rinnovabili assommano a più di un miliardo e mezzo all’anno. Inoltre è una cifra in aumento e bisogna capire se è un trend sostenibile. Altra cosa è il prestito di otto miliardi che ha fatto l’amministrazione Obama per l’avvio dei reattori. Quelli sono soldi che poi la utility dovrà restituire, mentre i soldi che i cittadini italiani pagano per il Conto Energia con cui si finanziano le rinnovabili vanno a incentivare il mercato. Dal punto di vista dei costi, purtroppo, oggi non c’è alcuna comparabilità di mercato tra fossili e nucleare da un lato e rinnovabili dall’altro. C’è solo la speranza che i soldi che vengono investiti su eolico, solare e biomasse possano in futuro portare ad un sviluppo delle tecnologie capace di operare un reale abbattimento dei costi di produzione. Anche perché la politica degli incentivi non può durare in eterno. Del resto anche l’Autorità per l’Energia e il Ministero dello Sviluppo Economico si stanno ponendo il problema, cominciando a fare una stima dell’escalation del costo per le rinnovabili che non mi sembra tranquillizzante, se rimarrà in vigore nei prossimi anni l’attuale normativa di incentivazione».

Intervista a cura di Valter Cirillo, raccolta nel dicembre 2010

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