AleD - 5:43pm - Thursday, 19 May 2011
Non c’è un tempo in cui i reattori nucleari (quali che siano) possono resistere senza refrigerazione prima di “avere problemi”. Nel caso di un arresto di emergenza, come quello verificatosi a Fukushima, i “problemi” arrivano nel giro di pochi minuti. Semplicemente i reattori nucleari non devono restare senza refrigerazione. Infatti, in tutti gli impianti nucleari, quale che sia la tecnologia utilizzata, anche dopo l’arresto della reazione a catena continua a prodursi calore a causa della presenza dei prodotti radioattivi della fissione nucleare, i quali, decadendo, continuano a generare energia termica. Di regola quando il reattore si ferma, cioè quando si inseriscono le barre di controllo che interrompono la reazione a catena, la produzione di calore (che dipende della potenza termica del reattore nel momento del suo arresto) scende velocemente e nel giro di qualche minuto è inferiore al 7% della precedente potenza termica. Dopo circa un’ora è dell’1%, per poi continuare a diminuire sempre più lentamente: 0,5% dopo una settimana, 0,3% dopo un mese eccetera. Questa produzione di calore non può essere annullata, se non con il tempo e tenendo refrigerato il nocciolo del reattore. Per questo tutti gli impianti nucleari sono dotati di 3 o 4 generatori di emergenza a gasolio, per assicurare il refrigeramento in caso di imprevisti. L’impianto di Fukushima Daiichi non era realizzato male, né tenuto in condizioni inadeguate, tanto è vero che per circa 40 anni ha funzionato regolarmente. L’unico errore progettuale è stata l’insufficiente protezione dallo tsunami: la barriera di sicurezza era prevista per resistere a un’onda di 6,5 metri, mentre quella dell’11 marzo, molto maggiore di tutte le altre mai osservate, era di circa 14 metri. Questo, più o meno, il susseguirsi degli eventi nel reattore 1 dell’impianto (BWR da circa 1.350 MW termici, che si traducono in 440 MW elettrici): il reattore si è regolarmente fermato a causa del sisma, e sono entrati in azione i generatori di emergenza. Dopo circa 15 minuti dopo è arrivata l’onda anomala di tsunami, che non ha danneggiato il reattore ma ha danneggiato: 1) la rete elettrica esterna, causando un blackout con impossibilità di prelevare energia dalla rete; 2) i serbatoi di gasolio dei generatori di emergenza, posizionati al di fuori dell’edificio del reattore. I generatori hanno proseguito la refrigerazione per altri 45 minuti grazie al poco gasolio rimasto a disposizione, ma poi si sono spenti e per ore il reattore è rimasto senza sufficiente refrigerazione. Per quanto detto sopra, un’ora dopo l’arresto del reattore, il calore prodotto era pari all’1% della potenza termica di esercizio, cioè a circa 13 MW termici (l’equivalente, per capirci, del calore prodotto da 650 caldaie normalmente utilizzate per riscaldamento domestico). Senza refrigerazione, questo calore ha fatto aumentare la temperatura del combustibile nucleare di quasi 1 °C al secondo: dopo 15 minuti la temperatura ha superato i 1.000 °C, molto superiore alla normale temperatura di esercizio, che è di circa 300 °C. Tutto questo per cercare di dare un’idea del tipo di problemi che si creano se si interrompe la refrigerazione, non nelle ore, ma nei minuti successivi alla fermata di un reattore nucleare. Il problema è ovviamente estremamente più complesso: per eventuali approfondimenti si possono consultare le pagine dedicate all’incidente di Fukushima sul sito dell’ENEA (http://www.enea.it/speciale-Giappone.html).
Malena Poggio - 5:09pm - Thursday, 28 April 2011
L’incidente si è verificato all’1,23 (ora di Mosca) della notte fra il 25 e il 26 aprile 1986. Era quindi il 26 aprile, perché la mezzanotte era passata. Nell’Europa occidentale, però, dato che ci sono due fusi orari di differenza, in quel momento erano ancora le 23,23 del 25 aprile. In conclusione entrambe le date sono lecite per le commemorazioni. Anche per quanto riguarda il nome ci sono due versioni: in ucraino si scrive Чорнобиль (che si pronuncia Ciornòbil e nella translitterazione standard si scrive Čornobyl), mentre in russo Чернобыль (pronunciato Cernòbil e translitterato correttamente Černobyl’). Dato che la località si trova in Ucraina, il nome corretto sarebbe Čornobyl, ma all’epoca la lingua usata internazionalmente dall’Unione Sovietica era il russo, per cui è rimasto il nome Černobyl’. Di solito però si usano translitterazioni non standard, legate alla pronuncia nelle lingue occidentali: la versione più usata, Chernobyl, è il frutto della translitterazione eseguita in base alla pronuncia inglese. Seguendo la pronuncia italiana (altrettanto lecita) si dovrebbe scrivere invece Cernobyl. Per lo stesso motivo in Francia si scrive spesso Tchernobyl, in Germania Tschernobyl, e così via.