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22-02-2010

Piccoli reattori, grandi speranze



Piccoli reattori, grandi speranze

Nel rinascimento nucleare che ha toccato ora anche gli Stati Uniti, uno degli attori protagonisti potrebbe essere un piccolo reattore. Lo sostiene un articolo apparso sul Wall Street Journal.

Il quotidiano americano riferisce che tre grandi società - Tennessee Valley Authority, First Energy e Oglethorpe Power - hanno firmato il 17 febbraio un accordo per commercializzare negli Stati Uniti un nuovo piccolo reattore progettato dalla Babcock & Wilcox.

Il reattore ha una capacità di 125-140 MW, circa un decimo di quelli grandi. Ma il costo è in proporzione: 750 milioni di dollari (550 milioni di euro), contro i 5-10 miliardi di dollari di un reattore dai 1100 MW in su.

Se per costruire un reattore normale servono fino a 5 anni, con quelli piccoli i tempi di costruzione si dimezzano: possono essere costruiti e installati rapidamente nelle centrali nucleari esistenti o al posto delle centrali a carbone che potrebbero diventare obsolete in caso di norme severe sulle emissioni di gas serra.

Inoltre i reattori della Babcock & Wilcox non hanno bisogno della presenza di grandi masse d'acqua, e quindi possono essere costruiti anche in località aride come quelle del West.

Sono poi più facili da controllare: diminuisce ulteriormente il rischio di incidenti. Ma anche nel caso si verificassero, spegnere un reattore piccolo sarebbe un'operazione più rapida rispetto a uno grande.

Un altro vantaggio è che possono essere addizionati facilmente: una centrale prevista inizialmente per pochi reattori può aumentarne gradualmente il numero a seconda delle necessità. Infine, i reattori piccoli possono stoccare per 60 anni le scorie che producono.

Per questo sono sempre più numerosi i sostenitori di questo modello: «Se non sappiamo come costruire grandi centrali in modo poco dispendioso, allora i reattori piccoli potrebbero essere la strada da seguire», ha commentato Ronaldo Szilard, direttore del settore nucleare dell'Idaho National Laboratory, uno dei più grandi laboratori di ricerca degli Stati Uniti.

Paolo Gangemi



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