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03-05-2010

La marea nera del golfo fa risaltare il verde del nucleare



La marea nera del golfo fa risaltare il verde del nucleare

La marea nera che sta assediando le coste del Golfo del Messico sta mettendo in evidenza davanti a tutto il mondo i rischi ambientali dell'industria petrolifera. È emerso perciò in modo del tutto naturale il confronto con l'energia nucleare, analizzato da molti osservatori anche in Italia.

Sulla Stampa, Vittorio Emanuele Parsi osserva in un articolo intitolato "Ora il nucleare farà meno paura" come il disastro ambientale del Golfo è anche l'opportunità per riflettere «con serietà e senza pregiudizi» sulle scelte energetiche. Parsi nota come un presidente americano «pragmaticamente ecologista» ha suscitato le ire dei movimenti ambientalisti più rigidi dichiarandosi favorevole al nucleare, che risulta «alla fine l'investimento meno pericoloso».

Maurizio Stefanini, su Libero, elenca alcuni degli incidenti petroliferi più gravi, e sul Giornale Franco Battaglia si spinge oltre, facendo la conta storica delle vittime: 10.000 morti in 300 incidenti nel settore petrolifero fra il 1970 e il 1992, contro una cinquantina di vittime del nucleare. Anche le altre fonti di energia si rivelano molto più letali: 7000 morti in 200 incidenti fra gas e carbone, e perfino 4000 morti nell'idroelettrico.

L'analisi più approfondita è quella di Giovanbattista Zorzoli, sul sito di Staffetta Quotidiana: Zorzoli, ingegnere nucleare e autore di numerose pubblicazioni nel campo energetico, sottolinea come i movimenti ecologisti continuino paradossalmente a essere più preoccupati delle centrali nucleari.

Fra le tre principali associazioni ambientaliste italiane, osserva Zorzoli, solo una dedica la home page del proprio sito alla marea nera del golfo, mentre le altre due continuano a insistere sulle scelte nucleari del governo italiano. Lo stesso squilibrio pesa anche sulle valutazioni delle scelte di Obama: gli stessi ambientalisti minimizzano la sua decisione di togliere il veto alle trivellazioni petrolifere nell'Atlantico, ponendo l'accento sul suo rilancio del nucleare negli Stati Uniti.

Zorzoli conclude che «il divario di attenzione rispetto a due tematiche che per associazioni ambientaliste meriterebbero la par condicio non è casuale»: il dibattito sul nucleare si sta trasformando di nuovo, dopo oltre 30 anni, in una guerra di religione. E rischia di concludersi «con la sconfitta di entrambi i contendenti: la fuoriuscita dell'Italia dal nucleare non solo non aprì la strada allo sviluppo delle rinnovabili, ma ne determinò un sostanziale blocco, durato più di un decennio».

Paolo Gangemi



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