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19-04-2011

L’informazione su Fukushima è stata esagerata



L’informazione su Fukushima è stata esagerata

Le notizie provenienti dal Giappone hanno creato un allarmismo eccessivo, anche perché spesso sono state presentate in maniera sensazionalistica. Lo ha affermato il governo giapponese, e ora lo ha ribadito in un'intervista a Enel.tv Francesco De Falco (nella foto), amministratore delegato del consorzio Sviluppo nucleare Italia.

La poca chiarezza nell'informazione secondo De Falco ha due cause: da un lato «la comunicazione è comunque un business, in cui bisogna sollecitare l'attenzione del pubblico, e questo porta molte volte a esagerazioni»; dall'altro non è facile «calibrare la giusta informazione con dati tecnici difficili da esporre al pubblico generale». Insomma, a volte ci sono difficoltà reali di comprensione, altre volte si vogliono gonfiare o distorcere i dati.

Il rischio però è che «una notizia data in termini scandalistici può generare anche delle sedimentazioni culturali ed emozionali profonde». De Falco ha citato come esempio il caso del bambino e rifiutato a scuola a Genova perché appena tornato dal Giappone, dove era in vacanza a 300 chilometri di distanza da Fukushima.

L'esempio più evidente di incomprensione è il paragone continuo con il disastro di Cernobyl, soprattutto dopo che anche l'incidente giapponese è stato classificato sul settimo livello della scala Ines. De Falco ha spiegato allora che per stabilire la scala «è stato individuato un parametro numerico sul rilascio, in funzione quindi della quantità di materiale radioattivo che viene emesso all'esterno dell'impianto, senza entrare nel merito del danno fatto all'ambiente e alla popolazione».

Quello che è successo a Fukushima è che «mentre dall'inizio ogni reattore veniva considerato come un incidente a sé stante, dal 12 aprile l'autorità di controllo giapponese ha considerato l'incidente come l'incidente del sito. E quindi ha sommato i rilasci dei tre reattori arrivando a raggiungere i limiti del livello 7». Insomma, «è un fatto di classificazione, non di un danno al pubblico più elevato».

Perciò «il caso di Cernobyl è molto lontano da quello di Fukushima: la grande differenza è che a Cernobyl si sparò all'esterno dell'edificio qualche tonnellata di prodotti di fissione, e il successivo incendio della grafite è stata una fornace che ha alzato una colonna di quasi un chilometro, quindi la dispersione è stata più ampia, sull'ordine di centinaia di chilometri, mentre a Fukushima le ricadute sono solo nelle immediate vicinanze dell'impianto».

Anche le conseguenze sulla salute umana sono state molto diverse: «A Cernobyl quasi una trentina di operatori hanno preso dosi letali e sono morti nel giro di qualche settimana, mentre a Fukushima tre operatori hanno preso dosi agli arti che sono meno pericolose delle dosi al corpo intero».

Proprio la questione delle dosi di radioattività è un altro punto su cui c'è stata poca chiarezza: «Il criterio in base a cui si stabiliscono i limiti di legge è il livello al di sotto del quale si possono consumare acqua o latte o vegetali in quantità indefinita per un tempo indefinito. Quando arrivo al livello di soglia vuol dire che se consumassi per tutta la vita alimenti con quella dose di contaminazione avrei ancora un livello stabile di sicurezza. Sono livelli fatti in maniera estremamente prudenziale».

Per De Falco il convincimento generale è che «oggi non ci sono elementi per pensare che ci siano neanche lievi effetti sul pubblico generale a Fukushima». Infatti le autorità giapponesi hanno messo in atto «una tempestiva evacuazione molto efficace. Questo ha allontanato il pubblico dalle aree dove effettivamente la contaminazione avrebbe potuto creare rischi per la salute».

A maggior ragione non c'è pericolo per la salute in Occidente: «Le stazioni di monitoraggio hanno trovato delle tracce di iodio radioattivo ma a livelli tali da essere assolutamente all'ombra del rumore di fondo» della radioattività naturale.



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