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26-05-2011

La Svizzera non costruirà nuove centrali



La Svizzera non costruirà nuove centrali

La Svizzera rinuncia alla costruzione di nuove centrali nucleari. Lo ha stabilito il 25 maggio il governo federale, aggiungendo però che non c'è «nessuna necessità di disattivare anticipatamente» quelle esistenti: i 5 reattori attualmente in funzione resteranno in attività almeno fino alla fine del periodo previsto dalla loro licenza.

La decisione è stata interpretata come un compromesso fra chi voleva chiudere le centrali esistenti e chi voleva costruirne altre.

Quando l'ultimo dei reattori attualmente in attività verrà spento, la Svizzera resterà dunque senza energia nucleare. Non è chiaro quando questo avverrà: in base alle licenze, il primo a raggiungere la data di chiusura prevista dovrebbe essere il primo reattore della centrale di Beznau (cantone Argovia) nel 2019, seguito dal secondo di Beznau e da Mühleberg (cantone di Berna) nel 2022, da Gösgen (Soletta/Solothurn) nel 2029 e da Leibstadt (Argovia) nel 2034.

Le date sono però indicative, e se gli impianti saranno giudicati sicuri potranno continuare l'attività: «Potrebbero essere disattivati anche dopo 60 anni, così come dopo 40 o 45; a essere rilevante sarà il fattore sicurezza e non politico», ha dichiarato Doris Leuthard, ministro dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni.

Sono tre i progetti di nuovi reattori che avevano già ricevuto le prime autorizzazioni e che verranno invece cancellati: uno nella centrale di Beznau, uno in quella di Mühleberg e uno a Niederamt (Soletta).

La decisione del governo ha suscitato reazioni contrastanti. Il fronte degli antinuclearisti, che il 22 maggio aveva organizzato una manifestazione a cui avevano partecipato circa 20.000 persone, è parzialmente soddisfatto, ma avrebbe preferito un'uscita rapida dal nucleare.

Il mondo industriale ha espresso invece preoccupazione: secondo l'Associazione delle aziende elettriche svizzera la scelta mette a rischio l'approvvigionamento elettrico e costituisce nei fatti il primo "divieto tecnologico" mai adottato nel Paese, mentre la Federazione delle imprese elvetiche (Economiesuisse) ha sottolineato che «non è ancora chiaro quando e come si potrà sostituire l'energia nucleare», aggiungendo che la «poco seria e irresponsabile decisione di abbandonare l'atomo comporterà un aumento dei prezzi elettrici che peserà notevolmente sulla popolazione e l'economia».

Le società elettriche coinvolte nelle centrali nucleari hanno dichiarato che si adegueranno alle decisioni del governo, ma le hanno criticate duramente: la Alpiq ha parlato di «ingerenze nella libertà dei consumatori e dell'economia», e secondo la Bkw la decisione del governo «rende difficile in futuro poter garantire un approvvigionamento sicuro, economico e privo di emissioni di anidride carbonica».

La Svizzera infatti ricava oggi il 39% della propria elettricità dall'energia nucleare, mentre il resto viene soprattutto dall'idroelettrico (56%) e in piccole percentuali da combustibili fossili e nuove fonti rinnovabili.

Paolo Gangemi



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