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31-05-2011

Svolta tedesca: le reazioni



Svolta tedesca: le reazioni

La Germania è la prima potenza economica europea: ogni sua decisione comporta ripercussioni importanti a livello internazionale, e questo vale in particolare quando si tratta di politica energetica. La scelta di chiudere tutte le centrali nucleari entro il 2022 ha suscitato numerose reazioni, in patria ma anche all'estero.

Gli industriali tedeschi non hanno apprezzato la mossa, sia perché la chiusura delle centrali comporterà un alto prezzo economico, sia perché la politica di Angela Merkel si è dimostrata ondivaga, poco decisa e troppo sensibile agli umori della piazza: «Il governo non ha mostrato una linea di condotta chiara. La gente si aspetta scelte orientative, ma da questo punto di vista sono da registrare troppe correzioni di rotta», ha commentato Dieter Zetsche (nella foto), presidente della Daimler. «La decisione presenta dei rischi per un Paese industrializzato come la Germania, con la rinuncia a forniture di energia a prezzi sostenibili», ha aggiunto Zetsche.

La quota di elettricità ricavata da fonti rinnovabili dovrà infatti aumentare ulteriormente rispetto ai piani già ambiziosi elaborati dal governo tedesco nel 2010. Secondo L'Istituto tedesco per la ricerca in economia (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung, DIW), il traguardo è possibile ma richiederà investimenti per 80 miliardi di euro nei prossimi 10-15 anni.

Neanche la sezione tedesca di Greenpeace ha apprezzato la svolta del governo: gli ambientalisti ritengono che la data del 2022 sia troppo lontana, e propongono invece il 2015: «Ogni giorno di energia atomica è un giorno di troppo».

Per quanto riguarda l'Italia, le conseguenze saranno solo politiche, secondo il Sole 24 Ore: rafforzeranno il partito degli antinuclearisti, ma dal punto di vista economico gli effetti saranno trascurabili. L'Italia infatti importa «quote non rilevanti» di elettricità tedesca. Anche per l'indotto le conseguenze non saranno pesanti: le centrali tedesche sono per lo più abbastanza vecchie, e le commesse per le aziende italiane sono «marginali».

Opposta la situazione in Francia, dove si sentiranno gli effetti economici ma non quelli politici: «Vorrà dire che adesso guadagneremo un sacco di soldi», ha commentato un dirigente di EdF. Ora infatti, come ha sottolineato Laurence Parisot, presidente dell'associazione degli industriali francesi, la Germania rinunciando all'energia nucleare dovrà comprarla dalla Francia, come fa da tempo l'Italia. E proprio come l'Italia dovrà aumentare, almeno nel breve periodo, la quota di energia prodotta dal gas, che dovrà importare dalla Russia. Secondo le stime della Deutsche Bank, la richiesta di metano aumenterà di 4,2 miliardi di metri cubi all'anno.

Dal punto di vista politico, invece, l'esempio tedesco non sembra attecchire sull'altra sponda del Reno: «La Francia rispetta la decisione tedesca ma non la condivide. Siamo convinti che l'energia nucleare continui a rappresentare una soluzione per il futuro», ha dichiarato il primo ministro François Fillon. La sua posizione è ampiamente condivisa dal ministro dell'industria Eric Besson, che ha spiegato: «L'elettricità da noi costa il 40% in meno rispetto agli altri Paesi europei». Anne Lauvergeon, presidente di Areva, si è detta d'accordo con i molti commentatori che attribuiscono la decisione di Angela Merkel a ragioni politiche: la sconfitta nelle ultime elezioni amministrative e la grande avanzata dei Verdi l'avrebbero convinta ad accodarsi alle richieste di buona parte dell'opinione pubblica, e a recuperare il progetto di uscita dal nucleare elaborato dal precedente governo di centro-sinistra.

Paolo Gangemi



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