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MONDO - Uranio e combustibile



13-07-2010

Cina, corsa all’uranio



Cina, corsa all’uranio

La Cina si sta accaparrando quantità di uranio sempre maggiori, non solo per far fronte alle necessità delle proprie centrali nucleari in attività, ma anche in previsione dell'entrata in funzione dei molti reattori in costruzione.

Secondo Thomas Neff, fisico e analista dell'industria dell'uranio al Massachusetts Institute of Technology, nel 2010 la Cina potrebbe comprare 5000 tonnellate di uranio, oltre il doppio del suo fabbisogno: il resto sarebbero scorte per il futuro.

Secondo la World Nuclear Association, la potenza nucleare cinese arriverà nel 2020 a 85.000 MW, 9 circa volte quella attuale. Xu Yuming, direttore esecutivo della China Nuclear Energy Association, ha dichiarato a Pechino il 6 luglio 2010 che le intenzioni del governo sono di avere 60 nuovi reattori entro il 2020: per ognuno di essi, al momento di inaugurarlo, sono necessarie 400 tonnellate di uranio.

«La domanda della Cina è insaziabile: dovranno accaparrarsi praticamente tutto l'uranio che avranno a disposizione», ha commentato Dave Dai, del Daiwa Institute of Research di Hong Kong.

Il 24 giugno la Cina ha già stretto un accordo con la società mineraria Cameco per l'acquisto di 10.000 tonnellate di uranio nei prossimi 10 anni. La richiesta totale cinese nel 2020 potrebbe arrivare a 20.000 tonnellate, pari a oltre un terzo della quantità estratta in tutto il mondo in un anno.

La China National Nuclear Corp., il principale operatore nucleare cinese, ha avviato le trattative per l'uranio con Niger, Namibia, Zimbabwe e Mongolia. «La Cina sta iniziando ad acquistare quote nelle miniere di uranio all'estero, ma è un andamento che sarà sempre più pronunciato», ha affermato Stephen Kidd, capo del settore ricerca e strategia della World Nuclear Association.

A lungo andare, la grande richiesta potrebbe rendere necessaria l'apertura di nuove miniere: la produzione mondiale di uranio, compresa la quota ricavata dalle bombe atomiche russe dismesse, è aumentata del 12% nel 2009, ma secondo la RBC il tasso di crescita potrebbe scendere al 4,8% nel 2010 e al 3,4% nel 2011.

La conseguenza principale della voracità cinese potrebbe essere però un aumento del prezzo dell'uranio sui mercati internazionali, dopo 3 anni di diminuzione: un rialzo del 32% nel 2011, secondo le stime della società specializzata RBC Capital Markets.

L'uranio, che attualmente (luglio 2010) costa 73 euro al chilo, secondo Adam Schatzker della RBC salirà nel 2011 a 96 euro al chilo. Max Layton, della Macquarie Bank di Londra, pronostica invece un prezzo di 98 euro al chilo, che salirà a 104 euro al chilo nei prossimi 5 anni. Sarà comunque un prezzo molto inferiore al picco del 2007: 235 euro al chilo. Il costo dell'estrazione di un chilo di uranio, secondo Edward Sterck, del BMO Capital Markets di Londra, è invece salito fra il 2007 e il 2010 da 45 a 54 euro.

Secondo gli analisti, in ogni caso, l'aumento del prezzo dell'uranio non comporterà un analogo rialzo dei costi dell'elettricità: a differenza delle centrali a combustibili fossili, il costo di un impianto nucleare è legato soprattutto ai costi fissi, e anche un aumento del 100% del prezzo del combustibile non inciderebbe in modo significativo su quello dell'elettricità.

Paolo Gangemi



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