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MONDO - Nucleare per altri usi



29-09-2010

Isotopi medici prodotti senza uranio ad alto arricchimento



Isotopi medici prodotti senza uranio ad alto arricchimento

È il primo reattore nucleare al mondo a produrre isotopi medici su scala industriale senza usare uranio ad alto arricchimento: è il reattore sudafricano Safari 1 del centro di ricerca di Pelindaba (Nord del Paese), gestito dalla South African Nuclear Energy Corporation (Necsa).

Dall'estate del 2010 il reattore assicura la produzione industriale di molibdeno 99 usando solo uranio a basso arricchimento: combustibile in cui la percentuale di uranio 235 non sia superiore al 20%.

Il molibdeno 99 serve per la produzione del tecnezio 99, utilizzato in più dell'80% delle applicazioni di diagnostica nucleare e degli studi funzionali di organi e apparati anatomici.

Attualmente il molibdeno 99 viene prodotto su scala industriale, oltre che dal Safari 1, da altri 4 reattori di ricerca in tutto il mondo: l'NRU canadese, l'HFR olandese, il BR-2 belga e l'Osiris francese.

Tutti questi reattori sono stati progettati per essere alimentati con uranio altamente arricchito. Negli ultimi tempi, però, le preoccupazioni sulla proliferazione nucleare stanno indirizzando le politiche di molti Paesi, a partire dagli Stati Uniti, verso l'uso di uranio a basso arricchimento in tutti i campi: l'uranio a basso arricchimento, usato anche nei normali reattori commerciali, non può essere usato a scopi militari, a differenza di quello a basso arricchimento.

Nel 2007 è stato quindi inaugurato il reattore australiano Opal, che sarà in grado di produrre metà della produzione mondiale di molibdeno 99 usando solo uranio a basso arricchimento. Al momento però è ancora nella fase iniziale, con un produzione limitata.

Nel frattempo, nel 2009, il Safari 1 è stato modificato in modo da essere alimentato a uranio a basso arricchimento. Con questa nuova tecnica aumenta la quantità di uranio necessaria: da 2 a 5 volte di più. In questo modo il molibdeno prodotto costa il 20% in più, ma la Necsa spera che i sistemi regolatori dei Paesi che ne importano grandi quantità decidano di privilegiare il materiale più sicuro.

Paolo Gangemi



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