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ITALIA - Formazione/comunicazione
08-11-2010
Due consigli sulla comunicazione sul nucleare
Per realizzare un programma nucleare sono indispensabili la partecipazione della popolazione e il consenso della maggioranza. Questo è un fatto ormai assodato e a tutti chiaro.
Ma partecipazione e consenso richiedono consapevolezza, capacità di scelta, conoscenza delle alternative, dei costi e dei benefici. In breve richiedono comunicazione, cioè informazione e dialogo. Resta un problema, per chi è convinto che il nucleare sia una tecnologia necessaria per conciliare sviluppo e sostenibilità: come si fa una comunicazione efficace sul nucleare?
A questa domanda hanno recentemente risposto due esperti internazionali, che il 15 ottobre hanno partecipato a un incontro presso la sede Enel di Roma: Claude Gatignol, deputato al Parlamento francese ed esperto da sempre di comunicazione sul nucleare, e Saida Lâarouchi Engström, direttore Informazione pubblica e valutazione impatto ambientale della SKB, la società svedese per il combustibile nucleare e la gestione delle scorie.
Gatignol ha raccontato l'esperienza di Flamanville (Normandia), dove è in costruzione il terzo reattore della centrale: il primo in Francia del modello Epr, scelto dal consorzio Enel-Edf per i primi 4 impianti italiani. «Anche a Flamanville all'inizio c'erano forti opposizioni. E ora la gente vorrebbe anche il quarto reattore». Per arrivare a questo risultato la strada seguita ha puntato sulla fiducia. Un processo necessariamente lento e progressivo, che alla fine però paga: «I cittadini sono consapevoli dei rischi, ma anche dei controlli e della cultura della sicurezza nelle centrali. Sanno che la priorità è la sicurezza, sia dell'uomo sia dell'ambiente». Oggi a Flamanville ogni famiglia è direttamente o indirettamente coinvolta nell'industria nucleare, e sono contenti così.
Per fare consenso e per rispondere alla disinformazione, Gatignol ha suggerito poi di parlare, negli incontri con il pubblico, delle applicazioni della medicina nucleare: nessuno vorrebbe rinunciare alla possibilità di effettuare una risonanza magnetica.
Anche in Svezia, ha raccontato Saida Engström, la comunicazione era cominciata in modo goffo: all'inizio era affidata agli ingegneri, che sono senza dubbio i più esperti della materia ma tipicamente, anche nell'immaginario collettivo, non brillano in doti comunicative.
Secondo Engström è stato decisivo un cambio di strategia: il metodo che gli anglosassoni chiamano top-down, cioè di comunicazione "dagli esperti agli ignoranti" si è rivelato inefficace. Serve un approccio più partecipato, «più improntato ad ascoltare i cittadini e le loro esigenze che a spiegare le questioni in modo didattico».
Engström è d'accordo con Gatignol che l'importante è la fiducia, e che serve tempo. «Bisogna contare sull'intelligenza delle persone», ha affermato, aggiungendo che gli incontri pubblici sono fondamentali, anche perché «di fronte a 15.000 persone la gente cerca di non fare domande cretine».
Anche in Svezia i risultati sono eloquenti: gli svedesi, particolarmente sensibili alle tematiche ambientaliste, nel 1980 avevano votato contro il nucleare con un referendum, ma da allora gli umori sono cambiati, anche per le bassissime emissioni di gas serra prodotte dall'industria nucleare. I sondaggi sono sempre più favorevoli al nucleare, e anzi ora sono i politici ad apparire più cauti dell'opinione pubblica.
Secondo Engström non ha senso essere a priori a favore o contro l'energia nucleare: «È una tecnologia, non una religione». Come tutte le tecnologie, dipende da come la si usa: «La Ferrari è un'ottima tecnologia, ma se uno prende la Ferrari per andare a sbattere ne fa un uso cattivo».
Nel caso della Svezia, l'energia nucleare è stata una scelta dettata dalla logica: «Un Paese povero di risorse naturali deve affidare il proprio sviluppo all'industria. Per questo è necessario che le imprese siano competitive, e quindi abbiano basse spese per l'energia. Le fonti rinnovabili sono naturalmente le benvenute, ma serve il carico di base delle centrali nucleari».
Per quanto riguarda la gestione delle scorie, la Svezia ha scelto il deposito geologico permanente, mentre la Francia il riprocessamento e poi la vetrificazione. La scelta svedese si è dimostrata popolare: addirittura, due città si contendono il diritto di ospitare il deposito di scorie radioattive. Secondo Gatignol entrambe le opzioni sono valide: «L'importante è avere regole chiare e trasparenti», sempre nell'ottica della costruzione della fiducia.
Per finire, Gatignol si è dichiarato fiducioso sul programma nucleare italiano, e ha anche sottolineato «la grande storia italiana di fisici nucleari e tecnologie». «Anche in Italia ce la farete», ha confermato Engström.
Paolo Gangemi
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