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14-12-2010

Fusione: nuova tecnica risolve annoso problema



Fusione: nuova tecnica risolve annoso problema

Un esperimento condotto al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston ha aperto la strada a una nuova tecnica che potrebbe risolvere uno dei problemi principali legati alla fusione nucleare: come trattenere l'enorme calore all'interno del plasma nel reattore, senza impedire l'uscita alle particelle che rallentano la reazione.

L'esperimento è stato condotto al reattore Alcator C-Mod del MIT, in cui il plasma, cioè gas a temperature elevatissime (decine di milioni di gradi), viene fatto vorticare in un enorme contenitore a forma di ciambella. L'esperimento ha usato l'approccio definito "magnetico": potentissimi campi magnetici evitano che il plasma tocchi le pareti del recipiente, ma non riescono a impedire il contatto con le particelle che ostacolano la reazione di fusione, fra cui gli atomi di elio inerti prodotti dalla fusione stessa.

In questo campo le tecniche usate finora erano due: una, chiamata L-mode (dall'iniziale di "low-confinement"), permetteva l'uscita delle particelle "scomode" ma non tratteneva tutto il calore; l'altra, detta H-mode (da "high-confinement"), tratteneva il calore ma anche le particelle indesiderate.

La nuova tecnica è stata battezzata "I-mode" (dove la "I" sta per improved, cioè migliorata). «È davvero emozionante. È completamente diversa dalle tecniche usate in precedenza», ha affermato Dennis Whyte, professore al Dipartimento di ingegneria nucleare al MIT. Una delle trovate determinanti per questo nuovo esperimento è stata la disposizione dei campi magnetici, invertita rispetto alla tecnica H-mode.

La realizzazione di un reattore a fusione è ora un po' più vicina, anche se il cammino è ancora lungo e realisticamente non si prevede un uso commerciale se non sul lungo periodo: il primo modello dimostrativo dovrebbe entrare in un funzione a Cadarache (Francia), nell'ambito del progetto internazionale ITER, intorno al 2020. Secondo Whyte le scoperte effettuate al MIT «saranno quasi certamente applicate all'ITER», che ha un progetto molto simile.

Paolo Gangemi



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